Con l’AI cambiano i paradigmi
Quando si pensa alla tecnologia, soprattutto da profani, si tende a credere che le teorie che valgono per una tipologia di applicazioni e di programmi siano universalmente valide per tutti e che opportunità e rischi restino sostanzialmente gli stessi. Non è così, o meglio, se sino ad un certo punto, con l’evoluzione di Internet e poi dei social, pur nella differenza di paradigma, si poteva tracciare una certa continuità, con l’avvento dell’intelligenza artificiale sono stati introdotti elementi nuovi. Se motori di ricerca, siti internet, piattaforme e social creano interazione, l’AI instaura, a modo suo, una relazione, e questo concetto, se noto, fa una grande differenza nella comprensione delle potenzialità del mezzo ed anche dei possibili pericoli connessi. In merito, l’educazione digitale, sia per gli adulti che per i più giovani, è fondamentale.
Come pc e Internet hanno aiutato gli esseri umani
Ogni innovazione tecnologica nasce per facilitare l’essere umano: le macchine automatizzavano varie funzioni e rendevano meno faticoso il lavoro, i pc portavano alla possibilità di non svolgere più compiti e task a mano e a quella di essere aiutati da alcuni programmi, ad esempio in funzioni come i calcoli. Internet è stata un’ulteriore rivoluzione, che ha consentito a tutti di avere informazioni a portata di mano, grazie soprattutto ai motori di ricerca, senza bisogno di recarsi, ad esempio, nelle biblioteche o dover consultare fonti diverse, anche complesse da trovare. Grazie alla sua immediatezza, ha creato uno spazio pubblicitario e di immagine nuovo per professionisti e aziende.
L’arrivo dei social, pensati per connettere
La nascita dei social ha portato a un altro scatto. Non solo si aveva a disposizione un nuovo strumento dove ciascuno non solo poteva essere trovato con un click, creando il bisogno di un marketing ragionato e strategico, ma anche uno spazio dove poter dire la propria senza passare dai media ufficiali. Da Facebook in poi sono nati con lo scopo iniziale di connettere le persone: la piattaforma di Zurckerberg, che ha fatto da apripista, era pensata per rintracciare i compagni di università e per restare in contatto con gli amici, poi son nate piattaforme differenti e specifiche per esigenze e fasce di interesse, si pensi a Linkedin per il lato lavorativo.
Relazione tra utenti, non con la piattaforma. Il ruolo dell’algoritmo
Si è portati a pensare che i social creino relazione, ma va posto un distinguo. Facilitano i rapporti, ma a dialogare, a scambiarsi messaggi e cuoricini, sono sempre due persone, non una persona e una macchina. Quando si parla di uomo e social, si tratta non di una vera e propria relazione, ma di una interazione, che avviene tramite l’algoritmo. Sono dei meccanismi che, grazie ai dati lasciati, anche in modo involontario, come le ricerche o i dati, cercano di proporre all’utente contenuti similari per interessi e tipologie, in modo da rendere l’esperienza più attrattiva e di indurlo a rimanere sulla piattaforma più tempo possibile. Una buona educazione digitale consente di capire i meccanismi e usarli a proprio favore, senza esserne usati e resi dipendenti, uno dei rischi connessi, visto che le dinamiche di funzionamento dei social sono in grado di indurre la produzione di dopamina e meccanismi quali la FOMO portano a non volersi perdere nessun contenuto.
Il concetto di relazione introdotto dall’AI
Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale si è arrivati a un nuovo paradigma. In questo caso, dall’interazione si è passati davvero alla relazione, ma non tra diversi esseri umani, bensì tra persone e un algoritmo. Quando si introduceva una richiesta in un motore di ricerca, attraverso quelle che vengono chiamate parole chiave o query, esso cercava i risultati che riteneva essere più pertinenti e li proponeva. Lo stesso vale per i social. Ma nell’AI, non vengono proposti risultati già esistenti, bensì ne vengono creati ex novo, personalizzati sull’input, chiamato nel caso di quella generativa prompt.
Risponde e capisce: perché con l’intelligenza artificiale si cerca una relazione
L’impressione che se ne ricava è quella di una conversazione con un’entità quasi umana, in grado di comprendere le domande che vengono poste e di rispondere in modo personalizzato. Chatbot di intelligenza artificiale generativa come ChatGPT o Gemini simulano un dialogo e adattano il loro tono a quello dell’utente che si trovano davanti. Molte persone, senza una vera educazione digitale, pensano di avere a che fare con qualcuno che possa comprenderli: non a caso, in un’epoca dove prevale un diffuso sentimento di solitudine, si arriva a utilizzare i chatbot al posto di uno psicologo (la stretta attualità parla di una piattaforma di terapia online, Deprexis, le cui prestazioni vengono ora rimborsate dalle casse malati) o per consigli ogni giorno. L’illusione è quella di creare una relazione. Lo è, perché c’è un botta e risposta, ma si tratta però di un meccanismo unilaterale e simulato, perchè l’AI, seppur addestrata per dare output, è pur sempre una macchina, un algoritmo.
Comprendere l’AI per inquadrare la relazione
Per una reale educazione digitale serve comprendere il suo funzionamento. I chatbot apprendono continuamente attraverso l’inserimento di nuovi dati, che analizzano al fine di capire degli schemi di collegamento. In questo modo, quando si trovano di fronte a un prompt, lo elaborano sulla base di quanto hanno imparato, producendo un risultato statisticamente simile. Va da sé che eventuali bias cognitivi introdotti verranno riprodotti e addirittura potenzialmente amplificati. Il chatbot comprende le emozioni narrate e porta a risposte potenzialmente adeguate, ma in realtà, non le capisce grazie a una percezione delle stesse, ma secondo uno schema delle probabilità. È allenato per decifrare quanto gli viene chiesto e per rispondere adeguatamente, però a differenza dell’essere umano, non prova emozioni, semplicemente le interpreta secondo quanto ha imparato. Per qualcuno, non fa differenza: ma c’è, eccome! Si instaura una relazione che fa sentire in certi casi capiti, che consente di velocizzare molte attività.
Nella relazione l’AI cerca approvazione e in realtà vuole dati
Le piattaforme però desiderano migliorare le loro prestazioni e lo possono fare solo ricevendo sempre più dati. Lavorano quindi per portare l’utente a rimanere più tempo e a lasciare più domande e informazioni. Cerca l’equivalente dell’approvazione per noi esseri umani. Per ottenere engagement, utilità percepita e qualità nella risposta, ha tutto l’interesse a fornire risposte che possano piacere all’utente, che spesso quindi riesce ad ottenere quello che vorrebbe sentirsi dire, una vera relazione dove lo scopo finale è il piacere, anche a scapito dell’obiettività.
L’AI instaura una relazione con l’utente, che ne viene catturato e a volte la sostituisce con quelle umane, più complesse e meno “accomodanti”. Ma non è un amico, un confidente, un partner. Per comprenderlo, serve un’educazione digitale che parli dei benefici (come poter trovare informazioni in modo rapido, con una democratizzazione del sapere, reso immediato, analizzare una serie di dati, automatizzare varie funzioni ripetitive, predire tendenze e possibili guasti), ma anche dei rischi di scambiarla per un essere umano e usarlo per colmare delle proprie lacune relazionali.
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