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Quando l’intelligenza artificiale acquista un corpo: Abel e la dimensione emotiva della robotica sociale

Scritto da ated | 25 ago 2026

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale generativa ha trasformato profondamente il nostro rapporto con la tecnologia. Le macchine non si limitano più a eseguire comandi, ma possono sostenere una conversazione, mantenere il contesto e adattare le proprie risposte all’interlocutore. La fluidità del dialogo, tuttavia, non coincide automaticamente con la comprensione del suo stato emotivo: i modelli linguistici generano risposte sulla base di regolarità apprese durante l’addestramento e possono riconoscere alcuni indizi, ma non hanno un accesso diretto a ciò che una persona sta provando.

La prospettiva cambia quando l’intelligenza artificiale acquisisce un corpo. In un robot umanoide, la voce, lo sguardo, le espressioni del volto e i movimenti diventano parte integrante della comunicazione, trasformando il semplice scambio di informazioni in un’interazione più propriamente relazionale. È in questo ambito che si inserisce Abel, una piattaforma di ricerca progettata per interpretare segnali emotivi provenienti dalle parole, dalla voce, dal volto e dal comportamento, integrarli con stati emotivi artificiali e modulare di conseguenza le proprie risposte verbali e corporee. La domanda, quindi, non è soltanto se un robot possa “provare” emozioni, ma come sia possibile progettare una dimensione emotiva artificiale coerente, comprensibile e capace di rendere l’interazione con le macchine più naturale, trasparente ed empatica

Chi è Abel, il robot adolescente

Abel è un robot umanoide, dalle sembianze di un adolescente, che è in grado di avere empatia, inserendo le emozioni nell’interazione. Pare essere in grado di capire che cosa prova chi lo utilizza e di dare risposte a voce e tramite i movimenti del corpo, che facciano risuonare una sensazione emotiva. Sono in corso studi e esperimenti per utilizzarlo in contesti legati alla salute mentale, alle neurodivergenze e a malattie neurodegenerative. I robot potranno quindi sostituire in toto l’essere umano, rendendolo inutile?

Lorenzo Cominelli, bioingegnere, CEO e co-fondatore di Cartesia Srl, spin-off dell’Università di Pisa, in collaborazione con il Centro E. Piaggio, che sarà relatore al Festival AI Ticino e Regio Insubrica, nulla di tutto ciò. In risonanza con la filosofia di noi di Ated, il ruolo di robot come Abel è di “supportare l’essere umano. La centralità della persona e del professionista è uno dei principi sui quali si basa il nostro lavoro. Un robot come Abel può offrire continuità, memoria, capacità di personalizzare l’interazione e disponibilità nello svolgimento di attività strutturate. Il professionista porta invece qualcosa di molto più ampio: conosce la storia della persona, interpreta il contesto, comprende le sfumature e, soprattutto, si assume la responsabilità delle proprie decisioni. Il lavoro congiunto che immaginiamo nasce proprio dalla complementarità di queste capacità”. Insomma, non al posto, ma insieme: il robot con capacità di “osservare, accompagnare e rendere alcune attività più coinvolgenti”, il professionista “definisce gli obiettivi, valuta ciò che accade e decide come intervenire. Non vedo quindi Abel come un sostituto, ma come uno strumento che, se utilizzato correttamente, può consentire al professionista di dedicare ancora più attenzione alla qualità della relazione umana”.

Conoscere l’intelligenza artificiale, come il professionista deve prepararsi a usare il robot

Dunque, in linea con le idee Ated, l’evoluzione tecnologica, in questo caso dei robot, non può essere fermata e la chiave è adattarla alle proprie esigenze, tenendo al centro il fattore umano, tra cui conoscenza e formazione. Secondo Lorenzo Cominelli, infatti, “è importante che il professionista conosca sia le potenzialità sia i limiti del robot. Non è necessario che diventi un esperto di robotica, ma deve sapere come vengono raccolte le informazioni, su quali basi Abel produce una risposta e in quali circostanze potrebbe sbagliare. È altrettanto importante coinvolgere i professionisti fin dall’inizio nella progettazione, facendo in modo che siano i bisogni reali delle persone a guidare lo sviluppo della tecnologia”.

Un robot per farsi domande

A suo avviso, il robot umanoide in grado di recepire le emozioni è una grande occasione per l’essere umano anche per interrogarsi sui propri valori (una teoria portata avanti anche da altri professionisti dei nostri corsi e speaker al Festival): “La costruzione di queste macchine ci costringe a tornare a domande fondamentali che forse non ci ponevamo più da tempo: che cosa consideriamo davvero umano? Quali comportamenti vogliamo incoraggiare? Quale idea di relazione e di società vogliamo trasmettere alle intelligenze che stiamo creando? Prima ancora di educare i robot, saremo in un certo senso costretti a interrogarci e a comprendere meglio noi stessi”.

In che cosa il robot deve ancora evolvere. “Al 100% umano? Non deve essere l’obiettivo”

Gli inventori di Abel hanno intenzione di continuare lo sviluppo, producendo non solo un robot dalle sembianze di un adolescente, ritenuto ideale per creare un rapporto coi pari e con persone con patologie come l’Alzheimer, ma una potenziale “famiglia”. È già simile in tutto e per tutto all’essere umano o che cosa manca? Lorenzo Cominelli non è certo che si arriverà ad un robot al 100% simile all’uomo, anzi ritiene che le la differenza deve rimanere “comprensibile”, in un’interazione che deve restare attiva e caratterizzata dalle decisioni umane. Il lavoro ancora da fare, a fronte di interazioni conversazionali sempre più convincenti, è “sulla comprensione profonda del contesto, sul buon senso, sulla continuità della memoria e sulla percezione dell’ambiente” e sul lato fisico, con “la fluidità dei movimenti, il coordinamento tra parola, sguardo ed espressioni e la capacità di agire in ambienti non completamente controllati”. È quindi importante sviluppare una piena coerenza tra gli stati emotivi interni del robot e il modo in cui vengono espressi attraverso il corpo: questo non rende soltanto il suo comportamento più naturale e vicino a quello umano, ma ne rende anche leggibili intenzioni ed emozioni artificiali, contribuendo a costruire fiducia nell’interazione

Quesiti etici dei robot che funzionano con intelligenza artificiale

Al contempo, lavorando con un robot umanoide, è necessario porsi alcuni interrogativi di tipo etico e legati alla cyber security, visto il ruolo dell’intelligenza artificiale e degli AI agent in generale sulla sicurezza (vedi articolo dal nostro blog): “Ci interroghiamo inoltre sulla trasparenza, sulla protezione dei dati, sul rischio di dipendenza emotiva, sui possibili pregiudizi presenti nei modelli e sulla tutela delle persone più fragili. Le domande fondamentali sono molto concrete: la persona sa con chi sta interagendo? Può interrompere l’esperienza? Mantiene il controllo sui propri dati? Il robot ne sta aumentando l’autonomia oppure la sta rendendo più dipendente? E, soprattutto, chi si assume la responsabilità quando qualcosa non funziona? Questa responsabilità non può essere delegata alla macchina”.

Se le emozioni vengono gestite in maniera costruttiva: cosa può dare Abel alle interazioni

Abel e robot simili sono per Lorenzo Cominelli, in ultima analisi, una possibilità di usare la tecnologia come “ponte verso gli altri, anziché un ulteriore elemento di separazione”. Peraltro a suo avviso, in un’epoca di isolamento sociale progressivo, potrebbe fungere da catalizzatore sociale, “non un sostituto delle relazioni umane, ma uno strumento capace di facilitare un incontro, incoraggiare una conversazione o creare un’attività condivisa tra più persone”. Uno degli strumenti più interessanti a suo avviso è la capacità di comprendere le emozioni proponendo però dei modelli di comunicazione sani, non basati sulla rabbia: “possiamo progettarlo affinchè non alimenti uno stato di conflitto, mantenga un tono rispettoso, favorisca l’ascolto o aiuti la persona a riconoscere ed esprimere ciò che sta provando”, non eliminando emozioni come la rabbia ma “evitando di amplificarle e offrendo modalità più consapevoli e costruttive per comunicarle”. In sintesi, pensa a un robot umanoide che non rende la macchina una sostituta dell’uomo ma sappia essere un’occasione di riflessione e di interazione nuova, un’occasione non solo per fare ma anche per essere.

Prossimi eventi Ated

24 agosto Corso intensivo: intelligenza artificiale per giovani studenti

27 agosto: AI Perithink

2 settembre: Cyber Security Day 2026