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Claudio Berardi, colui che crea gli agent: “L’AI che abbiamo al momento basta per le aziende. E sui rischi…”

Claudio Berardi e l’agent per il Festival

Lui e la sua azienda hanno omaggiato Ated di un AI agent, realizzato in pochi minuti e in grado di aiutare gli utenti, rispondendo direttamente alle loro domande riguardanti i contenuti del sito del Festival AI Ticino e Regio Insubrica. In un momento storico dove si discute tanto dei potenziali pericoli dettati dall’intelligenza artificiale, con alcuni ricercatori che invitano a rallentarne lo sviluppo temendo che possa andare fuori controllo, Claudio Berardi, fondatore assieme a Yves Zumbühl di botts.ai, è la persona adatta a fare un po’ di chiarezza. “Un rallentamento dello sviluppo potrebbe essere la soluzione giusta, soprattutto perché quello che fa al momento paura a questi ricercatori, in particolar modo a quelli di Anthropic e OpenAI, è il fatto che non siamo in grado di comprendere pienamente come ragiona l’AI e quale sia il percorso interno che porta un modello da un determinato input a un output.La ricerca sull’interpretabilità sta facendo progressi, ma rimangono molti aspetti da chiarire. A suo avviso, però, in un mercato competitivo è difficile che qualcuno scelga realmente uno stop.

Sviluppo per forza? “Quanto abbiamo adesso basta in molti casi”

“Sono convinto comunque che quanto è stato sviluppato sinora sia sufficiente, al momento attuale, ad essere di supporto alla maggior parte delle aziende in quelle attività quotidiane, come ad esempio rispondere al telefono o alle email o compilare formulari, ritenute ancora dispendiose in termini di risorse e tempo e per contro ben poco produttive: osservando la produttività media di un lavoratore europeo, che è circa il 20% più bassa di quella di un collega americano, ci sono grandi opportunità per migliorarla attraverso l’automazione. E i modelli che abbiamo oggi sono già un’ottima risorsa”, sostiene Claudio Berardi, che ha un osservatorio privilegiato sul rapporto, spesso indagato e discusso, delle realtà ticinesi con l’AI.

Quando l’AI non poggia per forza su una completa digitalizzazione

Quando gli si sottolinea la paura di molti lavoratori di venir sostituiti dall’intelligenza artificiale, rilancia spiegando che “la maggior parte delle PMI che abbiamo osservato nel nostro lavoro impiega meno personale rispetto a quanto sarebbe richiesto dalla mole di lavoro, soprattutto burocratico e ripetitivo, da svolgere e l’utilizzo dell’AI può automatizzare parte di questo compiti, alleggerendo il carico dei dipendenti senza necessariamente ridurre il personale, anzi permettendo loro di svolgere realmente le funzioni ove possono portare valore aggiunto”. Parecchie PMI ticinesi appaiono rallentate nell’implementazione dei sistemi di innovazione da una mentalità spesso ancorata alle consuetudini e alle procedure adottate sinora, oltre che da una mancanza di conoscenza digitale da parte di quadri e collaboratori e da una digitalizzazione ancora non portata a termine. Claudio Berardi però è convinto che grazie ad applicativi AI si possa far procedere i due procedimenti di pari passo. “Penso a delle realtà, come esistono, che hanno ancora dei moduli compilati a mano. Possono impegnarsi in un processo di digitalizzazione di questi dati oppure possono puntare su applicativi in grado di leggere la calligrafia umana, saltando di fatto un passaggio. Ciò potrebbe comportare certamente, almeno in fase iniziale, una parziale perdita dell’efficacia della procedura automatizzata, ma i vantaggi resterebbero comunque considerevoli rispetto ad una procedura completamente manuale”. Come funzionerebbe, in pratica?

“Anziché compilare il gestionale, che può essere un CRM o un ERP, è l’agent AI a farlo al loro posto, tramite la lettura dei dati”.

Sine qua non: la process map per istruire l’intelligenza artificiale

Se la digitalizzazione non pare dunque essere un prerequisito obbligatorio per poter sfruttare adeguatamente l’AI e i servizi della sua azienda, lo è aver strutturato chiaramente i propri processi aziendali. “Direi che servono delle process map di livello 4, secondo cui ogni click che avviene è documentato con uno step diverso. È necessario che ci siano dei decision tree, ovvero dei percorsi differenti a seconda della risposta positiva o negativa ad alcune domande, coerenti con le process map”. Nella realtà, ci si trova spesso davanti ad aziende che utilizzano procedure precise e codificate senza averle mai documentate secondo i criteri necessari . “Inizialmente si possono prendere le dieci procedure più pesanti, che potrebbero già rappresentare una grande percentuale del lavoro totale, e iniziare a mappare quelle, per poi fornire di conseguenza all’AI delle istruzioni ferree per ricostruire ed applicare le successive”. Richiama però la necessità per le aziende di farsi supportare nel processo da professionisti (come Ated formiamo specialisti nella progettazione e l’uso dell’AI nei sistemi industriali, attraverso gli APF di Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, figure che saranno sempre più centrali nel contesto del mercato di domani), poiché servono linee rigide e una grande attenzione a che l’AI non produca quelle che vengono definite allucinazioni. “Si tratta di un fenomeno che si verifica quando l’intelligenza artificiale, non disponendo dei dati e delle istruzioni necessarie, genera informazioni non fondate presentandole come vere (oltre che dovuto all’addestramento del modello stesso). E posso dire che è davvero efficace nel farlo. Come possiamo capire se siamo di fronte ad allucinazioni? Ponendo ulteriori domande al modello, soprattutto su quali sono le fonti che ha utilizzato. Spesso arriva lui stesso a dire che ha sbagliato e non ha controllato abbastanza a fondo, mostrando che l’output portato è inventato. Un altro metodo efficace, che noi implementiamo nei nostri agent, è far confrontare più modelli tra loro, in modo che all’utente finale arrivi una risposta filtrata e controllata da più modelli che hanno interagito tra loro”. Nei sistemi di botts.ai, viene inserita la possibilità di limitare e delineare le fonti cui poter accedere. “A volte, l’AI stessa genera dei contenuti blog, che poi diventano essi stessi fonte. Noi diamo la facoltà di decidere dove rivolgere l’attenzione per estrapolare le informazioni necessarie”.

Gli agent e i loro rischi spiegati da Claudio Berardi Ma in definitiva, che cosa sono gli agent per chi come Claudio Berardi vi lavora ogni giorno? “ Sono degli ‘operatori’ basati su un LLM (un Large Language Model), in grado di compiere delle azioni attivate automaticamente da un evento, interagendo con strumenti o sistemi esterni. Il suo trigger non è per forza un prompt inserito da un utente, come avviene con sistemi di AI generativa come ChatGPT, bensì ad esempio, quando si parla di agent che agiscono in un sistema aziendale, un’email in entrata. Viene letta e il sistema sa quali sono le sue istruzioni e da esse parte per prendere delle azioni rilevanti”. A suo avviso, “è fondamentale che si agisca affinché vi sia un AI alignment ovvero che l’intelligenza artificiale sia allineata con i valori e le necessità degli uomini e che non sviluppi dei valori propri che vadano in conflitto con quelli degli esseri umani”. Un po’ come temono i tecnici di Anthropic, Allo stesso tempo, Claudio Berardi sottolinea che “C’è chi, come Michael Burry, colui che ha previsto la crisi finanziaria del 2008,che sostiene che gli allarmi siano in realtà legati a interessi economici e specificatamente alle valutazioni delle società di ricerca AI in vista di quotazioni in borsa”. Invita dunque alla prudenza prima di pensare a scenari catastrofici, pur ponendo l’accento sul bisogno di una regolamentazione sull’eticità dello sviluppo.

Appuntamento con gli agent al Festival Al Festival AI di Lugano il socio di Claudio Berardi, Yves Zumbühl, terrà un workshop su come creare in pochi passi un AI agent per la vostra azienda. Nel mentre, è ancora aperta la call4project

Prossimi eventi Ated

8 ottobre: Festival AI Como

23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google

24 ottobre: CoderDojo 2026